ambiente

Laureando in Giurisprudenza all'Università di Bologna e attivista ambientale per Water Grabbing Observatory. Scrivere di diritto è fondamentale: saper giocare significa anche sapere come cambiare le regole del gioco.

“Ambiente” non è certo un termine ricorrente nella nostra Costituzione. Lo si trova una volta soltanto, all’art. 117, laddove si afferma che mentre lo Stato ha legislazione esclusiva per quanto riguarda la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali (comma 2, lettera s), le Regioni concorrono alla sua valorizzazione (comma 3).

Tralasciando la sottile differenza che può intercorrere tra tutela e valorizzazione, su cui la dottrina ha avuto molto da dire[1], si porti l’attenzione ad un fatto: la norma in oggetto fa il suo ingresso nella Carta soltanto nel 2001, grazie alla Riforma del Titolo V. Prima di quella data di ambiente non c’era menzione.

Possibile quindi che il silenzio dei padri costituenti abbia sotteso, per oltre mezzo secolo, insensibilità verso il tema? No di certo. L’interpretazione ha consentito di dare fondamento costituzionale all’ambiente ed alle relative esigenze di protezione partendo dagli altri disposti esistenti. Ecco allora che la salute individuale, come interesse della collettività, ha reso la tutela delle situazioni riconducibili all’art. 32 Cost. uno specifico compito della Repubblica, cui spetta proteggere la salute nell’accezione larga di “spazio vitale” in cui l’individuo sviluppa la sua personalità (artt. 2 e 3 Cost.).[2]

Si potrebbero fare altri esempi. Al paesaggio (art. 9 Cost) si ricondusse l’ambiente per una tutela di tipo oggettivo, a garanzia dell’agire pubblico nei confronti del territorio. L’ambiente fu addirittura considerato connotato di quell’utilità sociale che è limite[3], ex art. 41 Cost., dell’iniziativa economica privata che è sì libera, ma il cui esercizio deve rispettare la sicurezza, la libertà e la dignità umana. 

In estrema sintesi si può affermare che la materia ambientale, da sostrato nascosto tra le righe del dettato costituzionale, emerse progressivamente fino a rendere chiara la sua più importante peculiarità: l’essere super-individuale, oltre l’aspettativa del singolo. Tant’è che si svilupperà, nel corso del tempo, un filone dottrinale (quello dei commons) che ricondurrà l’ambiente a bene comune, bene cioè a fruizione collettiva, condizione prima della democrazia e anteposto a ogni logica proprietaria.[4]

A questo punto, per comprendere il perché di ambiente si deve parlare dal punto di vista valoriale e non solo di diritto o dovere, è bene guardare al nostro ordinamento e chiarirne la nozione giuridica. Si legga l’art.3 della direttiva 2014/52/UE[5] laddove, tra i fattori da considerarsi in sede di valutazione di impatto ambientale, emergono: 

“a) la popolazione e la salute umana; b) la biodiversità, con particolare attenzione alle specie e agli habitat protetti in virtù della direttiva 92/43/CEE e della direttiva 2009/147/CE; c) il territorio, il suolo, l’acqua, l’aria e il clima; d) i beni materiali, il patrimonio culturale, il paesaggio; e) l’interazione tra tutti i fattori precedenti”. 

Vige cioè, anche per il legislatore europeo, un approccio integrato: l’ambiente ha più componenti. Il ragionamento è quindi lo stesso seguito dalla giurisprudenza della nostra Corte Costituzionale, che ha ricondotto nel tempo gli interessi afferenti all’ambiente al tessuto dei valori su cui si fonda la Repubblica chiarendo come, in fin dei conti, di ambiente si potesse parlare già dal 1948. L’ambiente è quindi non solo uno dei beni fondamentali verso cui orientare l’ordinamento, bensì un valore costituzionale dal contenuto “integrale”[6], nel senso che in esso si somma una pluralità di valori non limitabili solo agli aspetti estetico-culturali, sanitari ed ecologici della tutela, ma comprensivi pure di esigenze e di istanze partecipative, la cui realizzazione implica l’attivazione di tutti i soggetti pubblici, in virtù del principio di leale collaborazione[7].

L’ambiente è quindi un valore, ma è bene ricordare che è solo uno tra i tanti (si pensi, in ordine sparso, al lavoro, alla libertà di espressione, alla libera informazione, alla tutela delle minoranze, …) e che nella loro concretizzazione, in caso di conflitto, si deve procedere ad un bilanciamento caso per caso. Dal punto di vista assiologico, tutti i valori possono pertanto essere compressi. L’esperienza ci insegna però che ve ne sono alcuni per i quali vige una presunzione di supremazia: quando sono a rischio la tenuta dell’ordinamento democratico e la dignità umana, anche l’ambiente deve retrocedere. Il caso ILVA ne è un esempio.

Di Giorgio Kaldor


[1] https://bit.ly/30gHady

[2] Diritto dell’ambiente, a cura di B. CARAVITA, L. CASSETTI e A. MORRONE, Il Mulino, Bologna, 2016, pag. 19

[3] Corte Cost., sent. n. 196/1998

[4] Beni comuni, Ugo Mattei. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari 2011

[5] La direttiva in oggetto si può considerare attuata dalla modifica intervenuta all’art.4, comma 4, lett. b d.lgs. 152/2006 “Codice dell’Ambiente”

[6] Cfr. A. Morrone, La Corte Costituzionale e la cooperazione nella fattispecie dell’intesa, analisi critica di un

modello contraddittorio, RGA, 1996.

[7] C. Cost. sent. n. 302 del 1994

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