Cosa c’entra la filosofia con l’ingegneria della sicurezza? In un vecchio testo del 1936 Edmund Husserl, il padre della fenomenologia, denunciava al mondo “La crisi delle scienze europee”. Questa crisi per il filosofo va intesa come crisi del Senso: ossia di quel senso originario per il quale nasce il concetto di Scienza (epistème) intesa come conoscenza dell’uomo e del mondo che egli abita. Detto in modo molto semplice Husserl intendeva mettere in mostra come il progredire delle scienze, sempre più veloce e sempre più settoriale, avesse portato ad un ribaltamento delle prospettive per il quale le regole della tecnica, frutto di creazione umana, abbiano ad un certo punto cominciato a governare l’uomo che diventandone dipendente arriva al punto di mettere a rischio la propria essenza, la propria incolumità fisica ed etica.

Un esempio chiave per capire tutto ciò è la bomba atomica: da un punto di vista ingegneristico e fisico la bomba H fu un successo enorme, ma da un punto di vista umano come può un oggetto, un’arma capace di uccidere centinaia di migliaia di persone in pochi secondi, essere stato un trionfo? Si capisce come separando questi due punti di vista nascano forti contraddizioni.

Questo preambolo ai fini del nostro discorso serve a mettere in luce quanto, nell’ambito di ricerca e applicazione tecnica e quindi in generale “il fare scienza”, si debbano delle volte applicare punti di vista che non appartengono all’area semantica in cui questa opera, al fine di ottenere un safe progress. Per fare ciò è necessaria una costante intercomunicazione tra i vari campi del sapere, scientifici e non, che tramite una critica costruttiva possano correggersi a vicenda nel momento in cui vengano oltrepassati alcuni limiti che possano compromettere l’uomo e il mondo.

Un ottimo esempio di una branca del sapere che mette in mostra questo tipo di intercomunicazione, guidata da un concetto di massima importanza quale quello di “Safety” è senz’altro l’ingegneria della sicurezza.  Questa disciplina intreccia al suo interno materie fisico-ingegneristiche quali, scienze delle costruzioni, meccanica dei solidi, fluidodinamica, elettronica; nozioni fondamentali di analisi matematica e matematica statistica, chimica e geologia; nozioni di informatica; elementi di fisiologia umana e biomeccanica; elementi di giurisprudenza e medicina legale.

Il coordinamento generale di tutti questi ambiti è mirato ad un unico e ben definito scopo: la sicurezza della persona. Che sia un cittadino, un lavoratore, uno studente, l’ingegneria della sicurezza deve predisporre ausili, supporti, norme in grado di creare un perenne “porto sicuro” per qualsiasi individuo, anche in quelle azioni che ad una prima analisi superficiale possano sembrare veramente semplici come il camminare. Un lato molto interessante di questa intercomunicazione è poi quello del tentativo di traduzione del lato tecno-scientifico in norme comportamentali che, a loro volta, vanno a gettare delle basi giuridiche per tale normatività; un esempio di quella relazione che è possibile e necessaria instaurare tra materie scientifiche ed umanistiche. 

L’ingegneria della sicurezza risulta essere di difficile definizione da un punto di vista accademico per via di questa sua trasversalità e proprio per questo motivo sembrerebbe che la sua autonomia come “scienza della sicurezza” e quindi come scienza specifica, risulti minata. 

Proprio questa sua capacità di sfuggire alla morsa di una definizione però è l’arma vincente che questa scienza possiede. Non avendo dei limiti segnati, l’ingegneria della sicurezza non rischia di divenire cieca, offuscata da una propria realtà che possa distaccarsi da quella di chi opera concretamente: l’uomo. Soprattutto, l’ingegneria della sicurezza risulta essere uno dei campi con maggior possibilità di sviluppo, poiché coordinando tanti rami del sapere, questi possono contribuire l’un l’altro a fornire spunti e nuove idee per un maggiore progresso.

L’ingegneria della sicurezza, per concludere, nel panorama moderno che sogna robot, AI e auto volanti si pone come fiore all’occhiello di quel paradigma di “collaborazione sentimentale” tra scienza e umano.

Di Diego D’Ottavi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *