Chernobyl

Appassionato del Metodo KAIZEN (改善), il mio obiettivo principale è trasmettere i concetti di miglioramento continuo, uscendo quindi fuori dallo standard di traguardo fisso o punto di arrivo e aprendo gli orizzonti ad un concetto di obiettivo dinamico. Il raggiungimento di tale status risulterà essere tanto più semplice, tanto più si riuscirà nel tempo a mantenere costante il livello di curiosità verso il perenne cambiamento.

Prima Uscita – Un semplice test di sicurezza

Ancora oggi stimare il costo della catastrofe di Chernobyl in termini di vite umane risulta difficile. Alcune decine di persone morirono durante l’esplosione e per tenere a bada l’incendio. Ma fra il personale della centrale e quello mobilitato per frenare l’emergenza, furono numerose le morti anche nel breve periodo dovute alla massiccia esposizione al materiale radioattivo. La contaminazione ambientale provocò inoltre un aumento consistente nell’insorgenza di malattie fra gli abitanti delle aree contigue e malformazioni fra i nuovi nati. Le conseguenze della catastrofe sono rilevabili ancora oggi. E dopo quello che è successo a Chernobyl, non guardiamo più all’energia nucleare allo stesso modo.

Nel luglio 1987, si tiene a Chernobyl il processo che ha per oggetto i fatti accaduti la notte del 26 aprile 1986 nel reattore 4 della centrale nucleare a fissione Vladimir Il’ič Lenin di Chernobyl.

La seduta della corte è aperta. Presiede il compagno Giudice Milan Kadnikov, gli imputati Viktor Brjuchanov, Anatolij Djatlov, Nikolaj Fomin, rispettivamente direttore, assistente capo ingegnere e capo ingegnere della centrale nucleare di Chernobyl, sono accusati di violazione dell’art. 220 sez. 2 del Codice penale dell’Unione Sovietica relativo al disastro nucleare del 26 aprile 1986. Lo Stato chiama a testimoniare la compagna Ulana Khomjuk, scienziata dell’istituto per l’energia nucleare dell’Accademia di scienze della RSS Bielorussa, il compagno Valerij Legasov, vicedirettore dell’istituto dell’energia atomica Igor’ Vasil’evič Kurčatov per l’energia atomica e il compagno Boris Ščerbina, vicepresidente del Consiglio dei Ministri e capo dell’Ufficio per il Combustibile e l’Energia.

Il test di sicurezza

Paradossalmente cominciò con un test di sicurezza. Ma la domanda principale è: perché c’era la necessità di eseguire un test di sicurezza?

Il reattore numero 4 non era nuovo quando avvenne l’incidente, era infatti entrato in funzione il 20 dicembre del 1983 ed 11 giorni dopo, l’ultimo giorno dell’anno, il direttore dell’impianto Viktor Brjuchanov firmò un documento certificando il completamento della costruzione del reattore. Per aver portato a termine il lavoro prima della fine dell’anno, il compagno Brjuchanov fu nominato eroe del lavoro socialista, il compagno Fomin ebbe la medaglia al valore del lavoro, il compagno Dyatlov fu insignito dell’ordine della bandiera rossa. Il problema è che il lavoro era tutt’altro che finito e questo documento era una bugia. La certificazione poteva essere firmata solo una volta che tutti i test di sicurezza fossero stati completati con successo, ma ne restava ancora uno.

Un reattore nucleare genera calore nel nocciolo ed una serie di pompe manda un flusso costante di acqua refrigerante per raffreddarlo. Il calore del nocciolo trasforma l’acqua in vapore che a sua volta fa girare una turbina; il risultato è l’elettricità. Ma se, un impianto che produce energia non ha più energia a causa di un blackout, un guasto alle apparecchiature, un attacco da un nemico straniero. Se l’energia che alimenta l’impianto venisse a mancare, l’effetto derivante sarebbe la mancanza di corrente. Di conseguenza le pompe non spingerebbero più acqua attraverso il nocciolo e senza acqua il nocciolo si surriscalderebbe e il combustibile fonderebbe; in breve: disastro nucleare.

La soluzione si è trovata in tre generatori ausiliari alimentati a gasolio, quindi: problema risolto. Invece no! Brjuchanov sapeva che il problema non era affatto risolto. I generatori ausiliari impiegano all’incirca 1 minuto per raggiungere la velocità richiesta per azionare le pompe e prevenire la fusione e a quel punto ogni tentativo è vano. Si arriva così ad ipotizzare il test di sicurezza.

La teoria alla base

La teoria era questa: poniamo che venga a mancare la corrente, la turbina impiegherebbe del tempo per rallentare e fermarsi. Bisognerebbe prendere l’elettricità che la turbina sta ancora generando e trasferirla alle pompe, questa turbina, per inerzia, continuerà ad azionarle quanto basta per colmare il vuoto dei 60 secondi necessari ai generatori per attivarsi a pieno regime. Per testare questa teoria, la potenza del reattore viene ridotta e portata a 700 MW in modo da simulare una mancanza di corrente, le turbine poi vengono spente e mentre rallentano si misura la loro produzione di elettricità per vedere se è sufficiente a dare energia alle pompe.

La teoria era solida, ma un test è valido solo se sono validi gli uomini che lo conducono. Brjuchanov, Fomin e Dyatlov la prima volta che tentarono fallirono; la seconda volta che tentarono fallirono; la terza volta che tentarono fallirono. La quarta volta fu quella del 26 aprile 1986.

Da non perdere la seconda uscita: “Il problema di natura umana”.

Di Mattia Zita

Fonti:

  1. Chernobyl: cosa successe realmente il giorno in cui la Terra tremò, su www.tg24.sky.it – URL consultato il 15 novembre 2020;
  2. Chernobyl: miniserie televisiva, creata e scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck per HBO e Sky Atlantic.

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